Storia greca parte seconda

Le guerre persiane

Le colonie greche dell'Asia Minore erano cadute sotto il dominio del re di Lidia Creso, che le aveva conquistate all'inizio del suo regno (560-546 a.C.). Creso era un sovrano mite, di cultura filoellenica; alleatosi a Sparta, assicurò alle colonie solidità politica e una florida vita economica e culturale. Nel 546 a.C. venne rovesciato da Ciro il Grande, re di Persia, che annetté ai suoi domini tutte le città greche della regione anatolica, con l'esclusione dell'isola di Samo. Ne conseguì una fase di contrasti tra la Persia e il mondo greco che sfociò nelle guerre persiane.

Nel 499 a.C. la confederazione ionica, assistita da Atene ed Eretria, sotto la guida del tiranno di Mileto Aristagora si ribellò al dominio persiano (la cosiddetta "rivolta ionica"). Cinque anni dopo, il nuovo sovrano persiano Dario I marciò su Mileto e, dopo averla saccheggiata, ristabilì il controllo assoluto sulla Ionia. Postosi quindi a capo di una grande flotta, nel 491 a.C. fece rotta verso Atene per punirla dell'appoggio fornito ai ribelli, ma la maggior parte delle navi naufragò al largo del monte Athos. Dario mandò allora messaggeri in tutte le città greche pretendendone un atto di sottomissione. Se la maggior parte di queste cedette, Sparta e Atene respinsero però gli inviati persiani. Dario, a seguito di tale provocazione, preparò una seconda spedizione, che partì nel 490 a.C. (prima guerra persiana). Distrutta Eretria, l'esercito persiano procedette verso la piana di Maratona vicino ad Atene. I capi della città inviarono una richiesta di aiuto a Sparta, ma il messaggio giunse durante una festa religiosa che impedì agli spartani di partire immediatamente. Le forze ateniesi, guidate da Milziade, conseguirono nella battaglia di Maratona un'importante vittoria sull'esercito persiano, molto più numeroso, che fu costretto a ritirarsi.

Dario intraprese allora una terza spedizione (seconda guerra persiana), ma morì prima di poterla effettuare: lo sostituì il figlio Serse I, succeduto al padre nel 486 a.C., che si mise alla testa di un ingente esercito. Nel 481 a.C. i persiani attraversarono lo stretto dell'Ellesponto e si diressero a sud. I greci opposero il primo tentativo di resistenza nel 480 a.C. al passo delle Termopili, difeso dal re spartano Leonida. Dopo aver avuto la meglio sull'eroica resistenza del piccolo contingente greco (trecento spartani e settecento tespii), i persiani raggiunsero Atene, ormai abbandonata, e la saccheggiarono. Gli ateniesi, nel frattempo, avevano allestito una flotta in grado di competere con quella persiana che seguiva l'esercito a terra. Al largo dell'isola di Salamina, di fronte ad Atene, 400 navi greche, guidate dello stratega Temistocle, ebbero la meglio sulle oltre 1200 nemiche, costringendo Serse a un'affannosa ritirata verso i suoi possedimenti asiatici; nel 479 a.C., le residue forze persiane ancora presenti in Grecia furono definitivamente sconfitte nella battaglia di Platea e nella battaglia navale di capo Micale. Nel 478 a.C. l'ultima guarnigione persiana che si trovava a Sesto sull'Ellesponto fu cacciata.

L'ascesa di Atene

In seguito alla vittoria conseguita sui persiani e quale maggiore potenza navale del suo tempo, Atene divenne la città-stato più influente della Grecia, mentre Sparta perse progressivamente prestigio e supremazia militare. Nel 477 a.C. numerose città-stato si unirono, per iniziativa ateniese, nella lega delio-attica allo scopo di liberare dalla presenza persiana l'intero territorio greco (comprese le coste dell'Asia Minore). Raggiunto l'obiettivo grazie all'abile guida politica di Aristide e poi di Cimone, Atene iniziò a esercitare un ruolo egemone all'interno della lega, trasformando il rapporto di alleanza con gli altri membri in una sudditanza di fatto, tanto da riscuotere regolari tributi e giungere a distruggere le fortificazioni dell'isola di Náxos quando questa annunciò di voler abbandonare la lega.

Nel V secolo a.C. Atene segnò il culmine della sua supremazia politica e il punto di massima fioritura culturale, in particolare con Pericle, capo del partito popolare e "leader" della città dal 460 a.C. Rivestendo per trent'anni consecutivi la carica di stratega, egli completò l'evoluzione democratica della Costituzione di Clistene, introducendo forme di retribuzione per i cittadini che assumessero pubbliche funzioni: permise così anche a membri di classi meno abbienti l'accesso alle magistrature e ai tribunali popolari. Fu inoltre il massimo fautore di quella politica imperialistica nei confronti degli alleati della lega delio-attica cui si è già accennato. Politicamente, infatti, auspicava il sorgere ovunque di regimi democratici, e debellò pertanto presso gli alleati ogni tentazione oligarchica. Dal punto di vista fiscale, invece, accentuò nei loro confronti la pressione tributaria, necessitato anche dalla politica di spesa per le opere pubbliche, ad Atene e nell'Attica, della quale si era fatto promotore. Nel corso della cosiddetta "età di Pericle", infatti, furono costruiti il Partenone, l'Eretteo, i Propilei e altri edifici pubblici. Durante il V secolo a.C., inoltre, la letteratura greca raggiunse le sue più alte espressioni con le tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide e le commedie di Aristofane, con le opere storiche di Erodoto e Tucidide e il sapere filosofico di Socrate: molti di loro vissero negli anni del governo pericleo.

La guerra del Peloponneso

Il declino politico di Atene si manifestò tuttavia nell'ambito della politica estera. Allo scontento degli alleati-sudditi della lega delio-attica si aggiunse una rinnovata capacità di competizione di Sparta. Una lega tra le città del Peloponneso che gravitavano attorno a Sparta esisteva dal 550 a.C.; nel 431 a.C. il malessere a lungo rimasto sopito emerse quando gli abitanti dell'isola di Corcira (attuale Corfù) chiesero aiuto a Sparta per liberarsi del legame imposto loro da Corinto, alleata di Atene. La lotta che seguì tra le due confederazioni sfociò nella cosiddetta guerra del Peloponneso, che colse Atene orfana di Pericle e in mano a politici o poco capaci (vedi Cleone) o troppo ambiziosi (vedi Alcibiade). Il conflitto si protrasse fino al 404 a.C., e portò alla supremazia di Sparta sulla Grecia e all'imposizione del regime oligarchico dei trenta tiranni ad Atene; sistemi di governo simili vennero istituiti anche in tutte le città greche dell'Asia Minore. La dominazione spartana si dimostrò però assai più dura e oppressiva di quella di Atene. Nel 403 a.C. la fazione democratica degli ateniesi, guidata da Trasibulo, si ribellò, scacciò le guarnigioni spartane di occupazione e abbatté il potere dei tiranni restaurando le istituzioni democratiche e la propria indipendenza.

Dall'egemonia spartana a quella tebana

Per liberarsi del giogo spartano, molte delle città greche non esitarono a rivolgersi al nemico di un tempo, la Persia, che dal 399 a.C. era tornata a premere sulle colonie dell'Asia Minore obbligando Sparta ad effettuare ripetute missioni militari nella regione. Nel 396 a.C. Argo, Corinto e Tebe si unirono ad Atene per abbattere definitivamente il potere di Sparta. La cosiddetta guerra di Corinto che ne seguì si concluse nel 387 a.C. con la pace di Antalcida, dal nome del generale spartano che si accordò con la potenza persiana, cedendole l'intera costa occidentale dell'Asia Minore in cambio del riconoscimento dell'autonomia delle città greche e del proprio ruolo di "gendarme" contro il risorgere delle pretese egemoniche di Atene.

Nel 382 a.C. la rinnovata supremazia di Sparta impose a Tebe un governo oligarchico, contro il quale tre anni dopo si ribellò (con il sostegno di Atene) il generale Pelopida; nel 371 a.C. questi, affiancato da Epaminonda, inflisse nella battaglia di Leuttra una disfatta militare a Sparta, che si vide così sostituita da Tebe nel ruolo di potenza egemone in Grecia. La nuova posizione raggiunta da Tebe si basava tuttavia in gran parte sull'abilità politica e sulle doti militari di Epaminonda e venne meno quando questi rimase ucciso nella battaglia di Mantinea (362 a.C.) contro le forze di una coalizione antitebana promossa da Atene e Sparta, alleatesi tra loro.

La supremazia macedone

Mentre la Grecia era divisa da continue lotte interne, delle quali la battaglia di Mantinea era stata un esempio lampante, nel vicino regno di Macedonia salì al trono Filippo II (359 a.C.); grande ammiratore della civiltà greca, questi era ben consapevole della profonda debolezza cui essa era condannata a causa della mancanza di unità politica. Il nuovo sovrano procedette all'annessione delle colonie greche sulle coste meridionali della Macedonia e della Tracia, e nel giro di vent'anni, vinti i tentativi di resistenza sostenuti dall'oratore ateniese Demostene (stroncati con la vittoria nella battaglia di Cheronea nel 338 a.C.), pose fine all'indipendenza della Grecia, sottomettendone progressivamente tutte le città.

Mentre stava organizzandosi per muovere guerra alla Persia, Filippo venne assassinato (336 a.C.); sul trono gli succedette il figlio ventenne Alessandro, che nel corso di dieci anni, dal 334 al 323 a.C., estese l'influenza della civiltà greca in tutto il mondo antico conosciuto, dando vita a un impero che si estendeva dall'India all'Egitto: proprio per questo è conosciuto con l'appellativo di Alessandro Magno. Dotato di una solida formazione militare e di una cultura letteraria e filosofica secondo il modello greco (fu, tra l'altro, allievo di Aristotele) Alessandro si erse, nelle sue imprese di conquista in Oriente – soprattutto ai danni della Persia – a campione della grecità contro i barbari. D'altro canto, però, assunse su di sé i poteri propri della dinastia achemenide (il cui sovrano era detto "re dei re") e cercò in ogni modo di elevare la propria figura regale al di sopra dell'umanità comune, giungendo a farsi proclamare, nel santuario di Ammone in Egitto, figlio del dio. Niente di simile si era visto prima nel mondo greco, che mai aveva accettato, per i propri governanti, alcuna forma di divinizzazione.

L'età ellenistica (323-146 a.C.)

Alla morte di Alessandro, i generali macedoni entrarono in conflitto tra loro per la suddivisione del vasto impero che egli aveva creato, e la lunga serie di guerre che seguì, tra il 322 e il 275 a.C., ebbe in gran parte come teatro la Grecia.

L'età ellenistica, compresa tra la morte di Alessandro Magno e la trasformazione della Grecia in provincia romana nel 146 a.C., segnò il trionfo della cultura e della civiltà greche, che assursero a modello universale in ogni regione del Mediterraneo antico. Quest'epoca fu dominata dalle tre grandi dinastie fondate dai diadochi, i generali di Alessandro (dal greco diádochos, cioè "successore"): i Tolomei in Egitto, i Seleucidi in Siria, gli Antigonidi in Macedonia, alle quali si aggiunse poi la dinastia degli Attalidi di Pergamo (vedi Regni ellenistici). Le aristocrazie urbane di questi regni utilizzavano il greco come lingua comune; l'arte e la letteratura si svilupparono inoltre attraverso la combinazione di elementi greci e di tradizioni locali. Vennero fondate nuove città o ne vennero rifondate o abbellite altre preesistenti: le più importanti furono Pergamo in Asia Minore, Antiochia in Siria e, soprattutto, Alessandria (fondata dallo stesso Alessandro Magno nel 332 a.C.) in Egitto. Sotto i Tolomei, che utilizzarono le loro ricchezze per richiamare a corte poeti, eruditi, artisti e scienziati, Alessandria divenne il massimo centro economico, culturale e religioso di tutto il Mediterraneo. Crocevia di razze, lingue, merci di ogni provenienza, fu anche sede della famosa biblioteca, presso la quale prosperarono parimenti le discipline scientifiche e quelle umanistiche.

La fioritura culturale dell'età ellenistica fu caratterizzata ovunque dall'attività di matematici e scienziati come Euclide, Archimede, Apollonio di Perge, Eratostene, Aristarco di Samo, Ipparco di Nicea, Erone di Alessandria; di filosofi come Epicuro e Zenone; di poeti come Callimaco, Apollonio Rodio e Teocrito. L'esperienza della libertà civica delle singole póleis era infatti ormai superata e – dopo la costituzione dell'impero di Alessandro e dei suoi successori – assolutamente irripetibile; non si era persa però quella libertà intellettuale, quella creatività, che aveva contraddistinto il genio dell'uomo greco nei secoli precedenti.

Nel 290 a.C. le città-stato greche tentarono però di riguadagnare l'indipendenza unendosi in istituzioni di tipo federale come la Lega etolica (confederazione politico-militare costituita già durante il regno di Filippo II dalle città dell'Etolia per garantirsi sicurezza reciproca) e la Lega achea (280 a.C.), confederazione delle città del Peloponneso del Nord a cui si unirono altre città greche. Entrambe le alleanze cercarono di porre fine al dominio macedone, ma la crescente potenza acquisita dalla lega achea spinse quest'ultima a tentare di acquisire il controllo della Grecia: guidata da Arato di Sicione, entrò in conflitto con Sparta, in una guerra in cui non esitò ad appellarsi alla potenza macedone per avere ragione della resistenza spartana; questa venne infine piegata, ma a costo di consolidare la dipendenza della Grecia dalla Macedonia in modo ormai definitivo.