Antichi culti locali nell'antica Roma

Mentre l'arte della divinazione era praticata soprattutto a livello "ufficiale", il popolo per sapere come comportarsi quotidianamente e per conoscere l'immediato futuro, preferiva ricorrere a pratiche e credenze più semplici (e rozze), nate da paure, speranze, fantasie e superstizioni. 


Tipiche superstizioni, a esempio, quelle contro tutto ciò che poteva impedire libertà di movimenti e di circolazione come, in primo luogo, i nodi, anche se formati da parti del corpo, e poi ogni cosa che fosse annodata o allacciata. Così per le donne incinte era pericoloso intrecciare le dita o accavallare le gambe, gesti che avrebbero “ostacolato” il decorso della gravidanza, e per invocare Giunone Licinia, protettrice delle partorienti, le stesse donne dovevano portare i capelli sciolti; del resto il nodo “erculeo” che chiudeva la cintura delle novelle spose, poteva essere sciolto solo dal legittimo marito.

Legate ad antichi timori erano le credenze in esseri fantastici, come i licantropi, le streghe che si mutavano in uccelli notturni, i vampiri che si rivolgevano ai morti quando erano ancora in casa, i fantasmi degli insepolti, le “ombre”, contro le quali si pronunciavano scongiuri e formule magiche.
Inoltre tutti indistintamente, colti e incolti, ricchi e poveri, credevano nei presagi, i segni annunciatori di eventi quasi sempre sinistri: la lepre, la volpe o il rettile che attraversavano la strada; il cane nero che si introduceva furtivamente in casa; il sale, il vino o l’olio versato inavvertitamente sulla tavola; il verso lugubre della civetta.

Segno di sciagura certa e generale era la “pioggia di sangue” che in realtà, allora come oggi, era la sabbia rossastra dei deserti africani spinta in Italia dai venti di scirocco. Ai sogni, com’è facile prevedere, si attribuiva un’importanza speciale, tanto che su di essi si fondava la pratica magico-religiosa della “incubazione”, seguita anche dalla medicina ufficiale: i malati si recavano in determinati santuari per ricevere dalla divinità, attraverso il sogno, la cura della loro malattia.

La famiglia aveva una sua religione, venivano venerati il genio del capo della gens che personificava la continuità della famiglia nel tempo, e le immagini dei mani, o spiriti degli antenati. La prosperità e i beni della famiglia (i granai e i magazzini) erano posti sotto la protezione dei penati, mentre i lari, le anime buone dei parenti, vigilavano sui campi e sulle strade. Agli dei domestici era dedicato un altare nell’atrio di ogni casa dove venivano offerti sacrifici e libagioni. Anche il focolare domestico era oggetto di un particolare culto familiare, proprio come il “focolare pubblico” a cui erano addette le Vestali