Mercanti e Artigiani

La popolazione non dedita all’agricoltura svolgeva lavori artigianali, ma l’artigianato, pur fiorente (oreficeria, ceramica, suppellettili), soddisfaceva in prevalenza la domanda interna, mentre il grande commercio e il commercio con l’estero erano monopolio di stato ed erano gestiti quindi dal faraone. Difficilmente un artigiano poteva dunque permettersi di lavorare in proprio e di solito era alle dipendenze dello stato o del tempio, dai quali riceveva pagamenti in natura (derrate alimentari, vesti, sandali, sale) e servizi di prima necessità (alloggio, utensili e attrezzi di lavoro, cure mediche, sepoltura). Anche se gli artigiani si tramandavano la loro esperienza, i loro segreti e le loro tecniche di padre in figlio, erano soliti accogliere anche apprendisti che non appartenevano al loro ambito familiare. Come si può vedere nella Satira dei Mestieri, i giovani egizi erano liberi di scegliere un lavoro secondo le proprie inclinazioni, anche se li si metteva in guardia contro le difficoltà che li attendevano nei vari mestieri. Fino alla IV dinastia gli artigiani vennero impiegati prevalentemente nella costruzione delle grandi piramidi, ed in seguito durante la V, nei cantieri templari. Erano cavapietre, scalpellini, falegnami, carpentieri, fonditori, scultori, stuccatori, pittori; essi conoscevano i segreti della lavorazione di tutti i tipi di pietra, dal granito, all’arenaria, all’alabastro, e di ogni tipo di legno e di metallo, anche se non ancora del ferro. Con la VI dinastia, però, cessò quasi completamente l’attività edilizia, che per più di due secoli e mezzo aveva impegnato 50 generazioni di artigiani. Raccolti nella capitale e privi di un sistema sociale che assicurasse lavoro e sostentamento, nel 2260 circa, gli artigiani diedero il via a una rivolta sociale, la prima della storia, che contribuì all’indebolimento del potere e all’anarchia del Primo Periodo Intermedio