Le pratiche rituali

Dal momento che con le arti divinatorie veniva raggiunta la conoscenza del volere divino, si trattava di dare attuazione a tutto ciò che ne derivava dal punto di vista del comportamento. Occorreva cioè agire sulla base delle norme prescritte dalla “disciplina” e oggetto della trattazione specifica dei “libri rituali”. 

 Tali norme si traducevano in una serie interminabile di pratiche, di cerimonie, di riti. Si dovevano perciò determinare i luoghi, i tempi e i modi nei quali e con i quali doveva essere eseguito quello che veniva chiamato il “servizio divino” (aisuna o aisna, da ais che significa dio), nell’indicazione delle persone alle quali l’azione competeva e, naturalmente, prima di tutto, della divinità alla quale essa era dedicata.

I luoghi dovevano essere circoscritti, delimitati e consacrati; i tempi regolati dalla successione cronologica delle feste e delle cerimonie previste ed elencate nei calendari sacri; i modi rispettati fin nei minimi particolari, tanto che, qualora fosse stato sbagliato oppure omesso un solo gesto, tutta l’azione avrebbe dovuto essere ripresa da capo.

Nelle funzioni trovavano ampio spazio la musica e la danza; le preghiere potevano essere d’espiazione, di ringraziamento o di invocazione; i sacrifici cruenti riguardavano particolari categorie di animali; le offerte comprendevano prodotti della terra, vino, focacce e altri cibi preparati. Particolarmente diffusa, tanto a livello di religiosità “ufficiale” quanto a livello di religiosità popolare, era l’usanza dei doni votivi.

Nel primo caso poteva trattarsi di statue o altre opere d’arte, di oggetti particolarmente preziosi, di prede di guerra e di edifici sacri; nel secondo caso i doni erano solitamente piccoli oggetti, per lo più di terracotta (ma anche di bronzo, di cera e mollica di pane) che i fedeli compravano nelle apposite rivendite presso i santuari.