I riti religiosi

Nella vita religiosa del popolo romano prevalsero, pur attraverso molte trasformazioni esteriori, gli elementi della continuità. Alcuni tratti fondamentali - come il carattere eminentemente pratico del culto, la concezione contrattualistica del rapporto col mondo divino, lo stretto legame tra vita religiosa e vita politica - si conservarono immutati dall'età più antica fino al tardo impero.


Più che di sentimento religioso si deve parlare però di attaccamento ai riti, ossia alle pratiche destinate a invocare la protezione divina. Infatti i romani considerarono sempre il rapporto con il mondo divino essenzialmente come un contratto: il singolo individuo, o un gruppo familiare o sociale, o l’intera comunità prestavano agli dei il culto dovuto ma si aspettavano in cambio, e quasi pretendevano, il soddisfacimento dei loro desideri. La richiesta, per essere valida, doveva essere espressa con un preciso formulario e con riti e sacrifici compiuti secondo un preciso, minuzioso rituale rimasto invariato attraverso i secoli.
L’esigenza di precisione nei riti e nei sacrifici sembrerebbe dover comportare l’intervento di personale specializzato, invece a Roma non si costituì mai una casta sacerdotale chiusa, e i sacerdoti, che pure esistettero, si trovavano in una posizione subordinata rispetto al potere politico, così come la religione, nel suo insieme, assolse soprattutto a una funzione sociale.
Nell’età monarchica era il re a presiedere alla vita religiosa; con la repubblica la funzione fu ereditata dai consoli. Il controllo sulla sfera del sacro era esercitata dal collegio dei pontefici che aveva a capo il pontefice massimo scelto fra i cittadini più eminenti. Altri collegi sacerdotali comprendevano i flamini, addetti al culto di determinare divinità (Giove, Marte, Quirino ecc.); gli àuguri, incaricati di leggere la volontà degli dei interpretandone i segni (il tuono, il lampo, il volo degli uccelli); i Salii, che celebravano particolari riti in onore di Marte e le sei vergini Vestali che, in un tempio posto nel Foro, serbavano perennemente acceso il fuoco di Vesta, simbolo della grande famiglia comprendente l’intero popolo romano.
Fatta eccezione per le Vestali, i sacerdoti (in genere designati per nomina, cooptazione o elezione) non assolvevano il loro incarico come una professione unica ed esclusiva, ma erano cittadini impegnati anche in altre attività, private o pubbliche. Gli stessi magistrati prendevano le funzioni di sacerdoti nei principali atti di culto, così come il paterfamilias officiava, nella sua casa, il culto dei lari e dei penati.

La lettura dei ‘’segni”
Parte integrante del culto ufficiale era l’arte della divinazione grazie alla quale si poteva riconoscere e interpretare il volere degli dei attraverso “segni” apparentemente normali o insignificanti, palesi o nascosti. Gli etruschi, con i loro aruspici, praticarono l’osservazione dei fulmini e l’epatoscopia, ossia la consultazione del fegato degli animali (in particolare pecore) immolati; i romani e altri popoli italici anche l’avispicio, cioè l’osservazione del volo degli uccelli da parte degli aùguri, proprio come fecero i gemelli che fondarono Roma. Le autorità romane ebbero cura che l’aruspicina si mantenesse ad alto livello, al punto che nel II secolo a.C. il senato prescrisse con un decreto che le città etrusche, depositarie della tradizione più genuina, consegnassero ognuna dieci rampolli delle migliori famiglie perché potessero seguire gli studi specializzati. Sempre grazie ad un intervento statale si dovette a Roma la traduzione in latino dei libri sacri etruschi, ricordati ancora nel IV secolo d.C