Roma antica (età monarchica)


Periodo della storia di Roma antica compreso fra il 753 e il 510 a.C., in cui si sarebbero avvicendati al trono sette sovrani, probabilmente protagonisti eponimi di varie fasi dello sviluppo della città e dello stato romano.

La fondazione di Roma

Secondo la tradizione, Roma venne fondata il 21 aprile del 753 a.C. da Romolo e Remo, figli gemelli della vergine vestale Rea Silvia e del dio Marte, e nipoti di Numitore, re di Alba Longa, una città dell'antico Lazio; la tradizione ricorda anche il fratricidio compiuto da Romolo nei confronti di Remo, indocile alla sua autorità: delitto che peserà, secondo molti autori latini, come una sorta di "peccato originale" del popolo romano, e che sarà creduto fonte delle ricorrenti guerre civili.

Le altre storie mitiche sul regno di Romolo, e in particolare quelle relative al ratto delle sabine e alla guerra contro i sabini guidati da Tito Tazio, indicano una precoce fusione tra i latini e le altre popolazioni laziali. Nella tradizione vulgata, la menzione delle tre tribù gentilizie (Ramnenses, Titienses e Luceres) come parti di una nuova comunità, suggerisce l'ipotesi che Roma sia sorta dall'integrazione di tre popoli: i latini, i sabini e gli etruschi.

I sette re di Roma tra storia e leggenda

Secondo la tradizione, i sovrani di Roma furono i seguenti:

Romolo (753-715 a.C.), la cui storicità è forse da rifiutare poiché sarebbe, secondo alcuni, solo il fittizio eroe eponimo della città di Roma; non manca però chi, anche recentemente, sulla scorta degli scavi archeologici sul colle Palatino – ove la città romulea sarebbe sorta – ne ripropone una possibile dimensione storica.

Numa Pompilio (715-676/672 a.C.), al quale è attribuita l'istituzione di numerosi sacerdozi e pratiche religiose, che gli sarebbero state ispirate dalla ninfa Egeria; anche per lui, come per il suo predecessore, la sovrapposizione storia-mito appare evidente: dopo Romolo, re latino, feroce difensore della città da lui fondata, la tradizione ha voluto porre un re sabino, pio, che avrebbe incivilito la tempra guerriera del popolo romano.

Tullo Ostilio (673-641 a.C.), re bellicoso, che distrusse Alba Longa e combatté contro i sabini.

Anco Marzio (640-616 ca. a.C.), noto per aver fatto costruire il porto di Ostia (che però l'archeologia sembrerebbe datare in epoca successiva) e aver conquistato numerose città latine, i cui abitanti vennero trasferiti a Roma.

Lucio Tarquinio Prisco (616-578 a.C.), di origini etrusche (fu forse un lucumone originario di Tarquinia), famoso per i suoi successi militari contro le popolazioni confinanti e per aver fatto costruire numerosi edifici pubblici; con lui ebbe inizio la dominazione etrusca di Roma.

Servio Tullio (578-535 a.C.), che eresse e poi ampliò le mura della città e introdusse, secondo la tradizione, una riforma militare; rappresenta, forse, una temporanea interruzione della dominazione etrusca, anche se c'è chi ha visto in lui la figura del condottiero Mastarna (corrispondente al latino magister, cioè "capo") propria della tradizione etrusca.

Tarquinio il Superbo (534-510 a.C.), che la tradizione dipinge come un tiranno; la sua cacciata coincise con la fine della dominazione etrusca e con l'inizio dell'età repubblicana.

Sebbene i nomi, le date e gli eventi del periodo monarchico appartengano in larga parte alla sfera del mito, esistono precise testimonianze del fatto che la prima forma di governo a Roma fu di tipo monarchico: lo provano le fonti antiche (celebre la narrazione dell'età arcaica fatta dallo storico Tito Livio), ma lo ribadiscono anche alcuni aspetti della religiosità romana d'epoca successiva. Ad esempio, la figura del rex sacrorum, officiante dei sacrifici in epoca repubblicana, attesta la presenza nella tradizione latina della parola rex, cioè "re"; inoltre, tutti gli anni i romani festeggiavano proprio la festività del regifugium, ovvero della "fuga del re", che ricorda la cacciata di Tarquinio il Superbo da Roma e la fine dell'età regia. E anche nel rigoroso rispetto della collegialità nelle magistrature d'epoca repubblicana si è voluta vedere una sorta di reazione alla natura autocratica del potere monarchico, considerato un "capitolo chiuso" nella storia del popolo romano.

Esistono pure testimonianze del fatto che la fondazione originaria abbia acquisito sempre maggior potere, inglobando in sé i villaggi limitrofi. Da un lato, infatti, è di supporto a questo riguardo la documentazione archeologica; dall'altro la persistenza della festività annuale del septimontium, che ricordava ai romani delle età successive la federazione di sette villaggi primitivi conseguita alla fondazione romulea sul Palatino. La tradizione, in realtà, ne menziona addirittura otto (Palatino, Velia, Fagutale, Subura, Germalo, Oppio, Celio, Cispio): se la loro unione sia stata una lenta e progressiva aggregazione al nucleo originario o una forma di sinecismo imposta da un'autorità politica (gli etruschi?) è difficile dire.

È inoltre provata la conquista di Roma da parte degli etruschi, con la conseguente affermazione di una dinastia di origine etrusca, i Tarquini, la cui cacciata, come già si è detto, corrispose alla fine della monarchia. Le tracce della dominazione etrusca sono molteplici, a cominciare dagli attributi esteriori del potere politico (toghe, fasci, anelli, seggi), che – di sicura origine etrusca – accompagnarono tutta la storia romana; notevoli anche gli influssi etruschi sulla religione di Roma (si pensi soprattutto alle pratiche divinatorie), che si fusero e integrarono con la religiosità delle popolazioni indoeuropee che concorsero a formare la civiltà romana. E anche sull'architettura sacra non mancarono influenze etrusche, se è vero che sotto il regno di Servio Tullio sarebbe sorto sul colle capitolino un tempio di tipo etrusco, in mattoni, dedicato a Giove, Giunone e Minerva: la prima fondazione, cioè, del tempio della cosiddetta "triade capitolina", la cui esistenza si identificherà poi con l'esistenza stessa della città di Roma.
Le istituzioni politiche e sociali dell'età regia

Lo studio delle condizioni sociali e politiche di Roma in età monarchica ha messo in luce la suddivisione in due classi della popolazione urbana: da un lato vi erano i patrizi, che godevano di diritti politici e costituivano il populus, dotato di diritti civili; dall'altro c'era la plebe, la quale non godeva di alcun diritto politico. Non è facile cogliere la vera origine di queste distinzioni, anche perché le risposte date finora dagli studiosi sono state estremamente diverse; certo è che patrizi e plebei, se ebbero senz'altro profonde differenze di carattere economico, sociale e religioso (professavano infatti culti diversi) dovettero inizialmente distinguersi soprattutto per motivi etnici. C'è chi ha voluto vedere, ad esempio, nei patrizi i latini che si imposero sull'etnia sabina, cioè i plebei; oppure individuare nei patrizi gli etruschi conquistatori che sottomisero la componente etnica latino-sabina, riducendola a plebe; e non mancano teorie innovative, che tendono a ridimensionare di molto il ruolo del patriziato in epoca arcaica.

Venendo più specificamente alla figura del re (rex), egli veniva scelto tra i patrizi dal senato (senatus), il concilio degli anziani (patres), e rimaneva in carica per tutta la vita. A lui spettava la chiamata del popolo alla guerra, così come il comando in battaglia; era cioè depositario dell'imperium, la forza congiunta degli dei e del popolo romano, che per tutta la storia romana si identificherà con il potere militare. Nelle processioni, al sovrano veniva aperta la strada dai dignitari (denominati littori), che portavano i fasci, simboli del potere e della legge. Il re era anche il giudice supremo in tutte le cause, sia civili sia penali.

Il senato poteva dare consigli solo se consultato dal sovrano, sebbene i suoi membri possedessero grande autorità morale. Inizialmente, solo i patrizi potevano imbracciare le armi in difesa dello stato, reclutati dalle trenta curiae in cui erano divise le tribù dei Ramnenses, dei Titienses e dei Luceres (cento uomini per curia, più cento cavalieri per tribù, per un totale di 3300 soldati, numero che sarà alla base della legione d'età repubblicana); la situazione poi si modificò, in seguito all'introduzione di un'importante riforma militare, nota come "riforma serviana", in quanto si ritiene che sia stata elaborata da Servio Tullio nel VI secolo a.C.

Da allora anche i plebei poterono acquisire proprietà e, secondo la riforma, tutti coloro che avevano possedimenti erano obbligati a prestare servizio nell'esercito, con un rango corrispondente alla loro ricchezza. Si trattava della cosiddetta "riforma centuriata", che distingueva il popolo romano in cinque fasce censitarie, a loro volta globalmente suddivise in 193 centuriae, costituite da cento uomini ciascuna; esse erano dunque la base della nuova leva militare, ma l'ordinamento centuriato funse anche da struttura portante della nuova assemblea popolare – i comitia centuriata – che si identificava quindi con il popolo in armi: popolo che combatte e popolo che vota e decide non avrebbero dovuto avere dunque alcuna differenza strutturale.

La nuova organizzazione, privilegiando il censo sull'elemento strettamente nobiliare, preparò il terreno al conflitto tra patrizi e plebei che si sarebbe aperto nei primi secoli dell'età repubblicana, alla quale forse è lecito far risalire la riforma stessa, in quanto questa sembrerebbe presupporre una leva militare numericamente assai più numerosa di quanto non potesse essere quella d'epoca serviana; inoltre, tale complessità nel computo del censo, per l'esatta ripartizione nelle classi sociali, parrebbe anacronistica in un periodo tanto arcaico.