La visione religiosa per gli Etruschi

Per comprendere quale fosse la visione religiosa degli Etruschi bisogna aver innanzitutto ben chiaro quale fosse la loro opinione in merito al rapporto che intercorre tra la divinità e gli uomini; a proposito di questo tema scrive Romolo A. Staccioli nel suo libro “Gli Etruschi un popolo tra mito e realtà” (Roma, 2001):
“(…) La convinzione di una costante influenza delle forze soprannaturali sul mondo e sulle azioni umane, il senso assillante di questa influenza, oscura e soverchiante, per cui ogni fatto o fenomeno della vita era ricondotto a un intervento diretto della divinità, unitamente alla preoccupazione di destini e scadenze improrogabili non potevano che condurre all’annullamento completo della personalità umana dinanzi al volere divino. Il rapporto tra l’uomo e la divinità, come è stato giustamente osservato, non è quindi altro che un eterno monologo della divinità stessa cui l’uomo, privato della possibilità d’agire autonomamente, risponde con un comportamento regolato da un complesso minuzioso di norme che ha come punto di partenza la ricerca scrupolosa della volontà divina e come fine l’altrettanto scrupoloso adeguarsi ad essa.
Da ciò deriva l’estrema importanza delle arti divinatorie fondate sull’osservazione e l’interpretazione di speciali «segni» che si manifestavano con la caduta dei fulmini, con certe particolarità nelle viscere degli animali sacrificati, e in modo particolare neI fegato, con l’apparizione di fenomeni o il verificarsi di eventi insoliti di qualsiasi genere e variamente prodigiosi. Tutti questi segni (tra i quali non figurano quelli di tipo oracolare tanto importanti nella divinazione grèca e sono piuttosto trascurati quelli connessi col volo degli uccelli che erano invece alla base della più antica divinazione «augurale» romana) erano ritenuti espressione diretta della volontà degli dei, manifestazione della soddisfazione e della collera divina, presagi del futuro; in ogni caso, «avvertimenti» dai quali era impossibile prescindere.
A tal punto ogni avvenimento o fenomeno era inteso e spiegato come intervento diretto della divinità, che Seneca poté giungere a questa interessante e per noi assai significativa constatazione (Quaestiones naturales, II, 32, 2): «Tra gli Etruschi, i più abili fra gli uomini nell’arte d’interpretare i fulmini, e noi, c’è questa differenza. Noi pensiamo che il fulmine scocca perché c’è stata una collisione di nuvole; secondo loro, la collisione s’è verificata per consentire al fulmine di scoccare. Riferendo ogni cosa alla divinità, essi sono convinti non già che i fulmini diano dei segnali nel momento in cui si producono ma che quelli si producono perché hanno qualcosa da mostrare». (op. cit., pp. 132-133)

*fonte:http://www.insegnareitaliano.it/index1.htm